bollettino di controinformazione e cultura d'opposizione


sabato, 17 marzo 2007

Sun Tzu - L'Arte della Guerra

Parte IV

Dal Capitolo XII, Attacco col fuoco (Huogong)

Chi appoggia gli attacchi col fuoco dimostra intelligenza; chi li appoggia con l'acqua si dimostra potente. L'acqua può isolare, ma non sopraffare. Vincere gli scontri e catturare gli obiettivi senza sfruttare i propri successi è nefasto, e viene definito "ritardo dispersivo".

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L'ira può tramutarsi in gioia, e l'indignazione in piacere; uno stato non può tuttavia risorgere dopo essere stato distrutto, né può un uomo rivivere dopo essere morto.
Il sovrano illuminato è quindi paziente, così come un abile generale è avveduto.
E' questa la via per mantenere in pace lo stato e conservare integro l'esercito.

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Dal Capitolo XIII, L'uso delle spie (Yongjian)

I signori illuminati e i saggi generali vincono dovunque muovano, e si distinguono per meriti dalla massa grazie alla preveggenza.
Tale dote non si prende dagli esseri sovrannaturali, né si ottiene limitandosi a rafforzare gli eventi e a verificare i calcoli. La conoscenza della situazione nemica viene invariabilmente ottenuta attraverso gli uomini. Le spie da utilizzare sono di cinque tipi: spie native; infiltrati interni; doppiogiochisti; spie votate alla morte; spie destinate a vivere. Se i cinque tipi di spie operano assieme seguendo vie che nessuno conosce, si parla di "intreccio sovrannaturale".

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Come spie native si usano persone nate in territorio nemico.
Come infiltrati interni si usano ufficiali nemici.
Per fare il doppio gioco si usano le spie dell'avversario.
Si parla di spie votate alla morte quando si divulgano false informazioni, facendo in modo che le proprie spie le apprendano e cadano poi in mani nemiche.
Le spie destinate a sopravvivere sono quelle che tornano a fare rapporto. Tra chi è in intimi rapporti coi comandanti dei tre eserciti, nessuno lo è come le spie; nessuno riceve ricompense più cospicue di loro; nessuno ha più segretezza di loro nell'operare.

CI SCUSIAMO PER IL RITARDO
CHE HA AFFLITTO QUESTA
PUBBLICAZIONE, MA
LA PAZIENZA E' LA VIRTU'
DEI FORTI
E
QUESTI SONO TEMPI DIFFICILI...

FORTI DELLA LEZIONE
DEL MAESTRO SUN TZU,
SIETE PRONTI AD ESTENDERE
ANCHE VOI
IL DOMINIO DELLA LOTTA?


domenica, 21 gennaio 2007

Sun Tzu - L'Arte della Guerra

Parte III

Dal Capitolo VIII, Le nove variabili (Jiubian)

[1] Non ci si accampa in luoghi sfavorevoli.
[2] Ci si congiunge con gli alleati dove le rispettive vie si incrociano.
[3] Non si sosta in luoghi troppo isolati.
[4] Se la zona è accerchiata, si elaborano trame; di fronte alla morte, si combatte.
[5] Vi sono cammini che non vanno seguiti.
[6] Vi sono eserciti che non vanno assaliti.
[7] Vi sono città che non vanno attaccate.
[8] Vi sono terreni su cui non ci si affronta.
[9] Vi sono ordini del proprio signore che non vanno eseguiti.
Un generale che conosca sino in fondo i vantaggi delle nove variabili sa come impiegare gli eserciti.

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Le riflessioni di un saggio comandante devono quindi prendere in considerazione i vantaggi e i rischi. Nel primo caso, è necessaria l'affidabilità; nel secondo, la capacità di risolvere i problemi.

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L'arte della guerra non consiste nel confidare che il nemico non verrà, ma nella sicurezza di accoglierlo adeguatamente. Non si deve presumere che non attaccherà, ma confidare nella propria inattaccabilità.
Un generale corre cinque rischi:
Se pensa di dover morire, può essere ucciso.
Se è sicuro di sopravvivere, può essere catturato.
Se è facile all'ira, può essere provocato.
Se ha troppo senso dell'onore, può essere disonorato.
Se ama troppo i suoi uomini, può essere messo in difficoltà.
Queste cinque caratteristiche sono difetti in un generale, e una calamità in azioni militari. Con esse vanno spiegate la rovina d'un esercito e la morte d'un comandante.

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Dal Capitolo IX, Muovere l'esercito (Xingjun)

Chi chiede pace senza gravi motivi sta tramando qualcosa.

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Abbondanza di ricompense è indice di ristrettezze.

Abbondanza di punizioni è indice di gravi problemi.

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Dal Capitolo X, Conformazione del terreno (Dixing)

Il Dao di un grande generale consiste nel valutare il nemico per predisporre la vittoria e nel calcolare i pericoli e le distanze. Chi ingaggia battaglia con tali conoscenze avrà la vittoria assicurata; chi lo fa essendone privo sarà sicuramente sconfitto.

Se il Dao della guerra assicura il successo, si deve combattere anche se il sovrano ha ordinato di non farlo; se esso non assicura la vittoria, si può rifiutare il confronto anzhe se il sovrano ha ordinato di combattere.

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Se un comandante cura i soldati come fossero bambini, essi lo seguiranno nelle valli più profonde; se li ama come figli, essi moriranno con lui.

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Dal Capitolo XI, I Nove terreni (Jiudi)

In guerra l'essenziale è la velocità. Ci si avvantaggi dell'altrui impreparazione; si percorrano strade imprevedibili e si attacchi dove il nemico è disorganizzato.


giovedì, 28 dicembre 2006

Sun Tzu - L'Arte della Guerra

Parte II

Dal Capitolo IV, Disposizioni (Xing)

Gli abili guerrieri dell'antichità agivano innanzitutto in modo da non poter essere vinti, e attendevano il momento in cui poter vincere il nemico. Dal momento che l'invincibilità dipende da noi stessi e che il suo opposto dipende dall'avversario, gli abili guerrieri possono rendersi invincibili ma non possono far sì che il nemico sia sicuramente sconfiggibile.

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"La vittoria è prevedibile, ma non sicuramente attuabile"

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L'invincibilità sta nel sapersi difendere, e la possibilità di vincere sta nel saper attaccare. Ci si difende quando le forze sono insufficienti, e si attacca quando sono sovrabbondanti.

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L'abile condottiero coltiva il Dao e preserva le regole, avendo così modo di controllare vittoria e sconfitta.

La prima regola dell'arte della guerra si chiama "misurazione degli spazi"; la seconda si chiama "quantificazione delle forze"; la terza si chiama "calcolo numerico"; la quarta si chiama "comparazione"; la quinta si chiama "possibilità di successo". Le qualità del terreno danno origine alle misurazioni, e tali misurazioni portano alla quantificazione delle forze. La quantificazione dà origine ai calcoli numerici, e i calcoli danno vita alla comparazione, che origina a sua volta la vittoria.

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Dal Capitolo V, La forza (Shi)

Combattere una grande armata è come combattere un esercito esiguo: una questione di disposizioni. Fare in modo che le truppe dei tre eserciti possano sostenere con sicurezza l'urto del nemico senza essere travolte è una questione di manovre regolari e irregolari. Dare all'esercito la forza d'impatto che ha una macina scagliata su delle uova è una questione di vuoti e pieni. In ogni conflitto, le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria.

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Chi è abile nel sortire bizzarri stratagemmi è inesauribile come il Cielo, la Terra e i grandi fiumi. Giunto al termine riparte, come il sole e la luna; dopo morto rinasce, come le quattro stagioni.

*     *     *

I metodi d'attacco non vanno oltre l'irregolarità e la regolarità, ma le loro variazioni sono innumerevoli; essi si generano l'un l'altro come in un moto circolare che non ha inizio né fine. Chi potrà mai esaurirli?

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La velocità dell'acqua impetuosa giunge a sommuovere i massi. Questo è forza. La fumineità del falco permette di colpire e dilaniare. Questo è tempismo. L'abile guerriero ha quindi una forza formidabile e agisce in tempi brevi. La forza è paragonabile a una balestra tesa, e il tempismo al momento in cui si scocca il colpo.

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Grande è il tumulto e lo scontro sembra disordinato, ma non è così. Le truppe si muovono in modo caotico e circolare, e non conoscono sconfitta. L'apparente disordine nasce dalla disciplina; l'apparente codardia nasce dal coraggio; l'apparente debolezza nasce dalla forza. Ordine e disordine sono un fatto di organizzazione; coraggio e viltà sono un fatto di energia; forza e debolezza sono un fatto di disposizione.

*     *     *

Chi sa far muovere l'avversario lo costringe ad adattarsi alla propria disposizione, e gli offre qualcosa che non può prendere. Lo fa muovere con la speranza di un vantaggio, e con le truppe lo attende al varco.

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Dal Capitolo VI, Vuoti e pieni (Xushi)

Chi si attesta per primo sul campo di battaglia e ivi attende l'avversario è più fresco; chi vi giunge per ultimo e si affretta all'attacco è invece affaticato. L'abile guerriero fa quindi in modo che gli altri vengano a lui ed evita il contrario.

*     *     *

Oh, mirabile sottigliezza che annulla le forme! Oh, prodigiosa superiorità che annulla i suoni! Con esse si può dirigere il destino dei nemici. Chi voglia attaccare in modo irresistibile lo faccia infilandosi nei vuoti; chi voglia ritirarsi senza essere inseguito sia talmente veloce da non poter essere raggiunto.

*     *     *

Se il nemico è schierato in modo formale e io lo sono in modo informale, le mie forze restano unite e le sue si frammentano.

*     *     *

"La vittoria può essere predisposta"

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La disposizione delle truppe deve somigliare all'acqua. Come l'acqua, nel suo movimento, scende dall'alto e si raccoglie in basso, così le truppe devono evitare i punti di forza e concentrarsi sui vuoti. Come l'acqua regola il suo scorrere in base al terreno, così l'esercito deve costruire la vittoria adattandosi al nemico.

*     *     *

Gli eserciti non hanno equilibri di forze costanti, così come l'acqua non ha forma costante. Chi sappia afferrare il successo basandosi sul mutare delle forze nemiche merita l'appellativo di "sovrannaturale".

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Dal Capitolo VII, Manovre di eserciti (Junzheng)

La guerra si fonda sull'inganno.

Ci si muove per avvantaggiarsi, e si frammentano o riuniscono le forze col mutare delle situazioni.

Chi agisce così è veloce come il vento, solenne come i boschi, immobile come i monti, impenetrabile come tenebra, e si muove come folgore tuonante.

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Se le truppe sono compatte, i coraggiosi non avanzano da soli e i codardi non arretrano da soli.

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Il qi è incisivo all'alba, oscillante durante il giorno e in regresso al tramonto.

Chi sa bene usare l'esercito evita di attaccare chi abbia il qi al culmine, attendendo invece che sia oscillante o in calo. Così si controlla il qi. (*)

(*) Qi è l'energia o soffio vitale (in sanscrito prana).

 


Sun Tzu - L'Arte della Guerra

Parte I

Dal Capitolo I, Valutazioni di base (Ji)

Gli affari militari sono un'importante questione di stato; il terreno su cui si giocano vita e morte; il Dao (*) del permanere e del perire. [...] A tale scopo si stabiliscono cinque punti confrontandoli con una serie di valutazioni per indagare la realtà dei fatti.

Il primo punto viene chiamato Dao; il secondo Cielo; il terzo Terra; il quarto Comando; il quindo Regola.

Dao significa far sì che il popolo e i superiori abbiano i medesimi intenti, e che il popolo non tema il pericolo sia davanti alla morte sia davanti alla vita.

Cielo indica l'alternanza di yin e yang, il freddo e la calura, e la regola delle stagioni.

Terra indica lontananza e vicinanza,difficoltà e facilità di movimento, spazi aperti e angusti, possibilità di morte o sopravvivenza.

Comando indica le virtù dei superiori: conoscenza, sincerità, umanità, coraggio e severità.

Regola indica organizzazione, assegnazione dei ruoli e dei gradi gerarchici, vie di approvvigionamento e gestione logistica.

Non c'è comandante che non abbia sentito parlare di questi cinque punti. Chi li avrà bene assimilati risulterà vittorioso, e chi li ignorerà non potrà vincere.

*     *     *

Avendo prestato ascolto ai vantaggi del pianificare, è necessario creare situazioni che contribuiscano alla loro estrinsecazione. Tali situazioni  consistono nel basarsi sui fattori favorevoli per stabilire un predominio. Le questioni belliche seguono il Dao dell'inganno.

Perciò, se si è capaci bisogna mostrarsi incapaci, e se si è attivi bisogna mostrarsi inattivi.

[...] Si tenti il nemico facendolo sentire in vantaggio, e lo si schiacci fingendosi confusi.

Con un nemico compatto si sia pronti al confronto, ma un nemico troppo forte va fuggito. Lo si irriti per confonderlo e si ostenti debolezza per aizzarne l'arroganza. Lo si stanchi se cerca riposo e si cerchi di dividerne i ranghi qualora siano uniti. Lo si attacchi dov'è impreparato, operando sortite dove non si è attesi. Questi sono i mezzi con cui lo stratega si impone, sempre che non li divulghi in precedenza.

Se, riunendosi nel tempio ancestrale prima della battaglia, si giunge a prevedere una vittoria, ciò è dovuto a molti calcoli compiuti; se si prevede di non vincere, ciò è dovuto a calcoli insufficienti.

L'abbondanza dei calcoli assicura la vittoria, e una loro scarsità la esclude; che dire di chi nulla avrà calcolato?

E' ponendomi in quest'ottica che posso prevedere il successo o la sconfitta.

*     *     *

Dal Capitolo II, Conduzione del conflitto (Zuozhan)

In guerra conta vincere; lunghe operazioni spuntano le armi e abbattono il morale, e l'assedio di una città esaurisce le forze.

*     *     *

In campo militare si è sentito parlare di azioni forse goffe ma veloci, mentre non si è mai visto che un'abile manovra durasse a lungo.

*     *     *

Non esiste uno stato che tragga profitto da una lunga guerra.

*     *     *

Chi non comprende appieno i rischi di un conflitto, non potrà comprenderne appieno i vantaggi.

*     *     *

In guerra si dà importanza alla vittoria e non alla durata delle operazioni. Perciò, il generale che ben conosce l'arte della guerra è arbitro dei destini del popolo e ha nelle sue mani le sorti della patria.

*     *     *

Dal Capitolo III, Pianificazione dell'attacco (Mougong)

In operazioni di guerra è meglio mantenere intatto uno stato piuttosto che portarlo alla rovina.

*     *     *

Il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento, bensì sottomettere il nemico senza combattere. La suprema arte della guerra consiste nell'insidiare le altrui strategie; a ciò seguono, nell'ordine, la rottura delle altrui alleanze e l'attacco diretto dell'esercito. La peggior politica è assediare le città: un metodo da applicare solo in mancanza di alternative.

*     *     *

Se si è dieci volte superiori in numero, si accerchi il nemico.

Se si è cinque volte superiori, lo si attacchi con violenza.

Se si ha il doppio delle forze, si cerchi di dividerlo.

Se si è di pari forza, si può attaccare battaglia.

Se si è in inferiorità numerica, ci si può ritirare.

Se la sproporzione è netta, si cerchi di evitare il nemico; chi ha poche forze è infatti preda di chi ne ha molte.

*     *     *

Il generale è il protettore dello stato. Se la protezione è onnicomprensiva, lo stato non potrà che essere forte; se è insufficiente, lo stato non potrà che essere debole.

*     *     *

"Un esercito confuso conduce all'altrui vittoria".

*     *     *

"Conoscendo gli altri e conoscendo se stessi, in cento battaglie non si correranno rischi; non conoscendo gli altri, ma conoscendo se stessi, una volta si vincerà e una volta si perderà; non conoscendo né gli altri né se stessi, si sarà inevitabilmente in pericolo ad ogni scontro" (**)

(*) "Via", "Principio", "Modo", "Legge Immutabile": questa parola racchiude una straordinaria ricchezza di significati.

(**) Gli estratti sono presi dall'edizione Newton&Compton del trattato L'arte della guerra, tradotto da Riccardo Fracasso.


PAG 1 Annunci  *Nova X-Press*  MARTEDI' 23 OTTOBRE 2057

Sun Tzu - L'Arte della Guerra

suntzuUna imperdibile offerta per tutti i nostri lettori: da oggi, in allegato al nostro bollettino, i fondamentali fascicoli del trattato di Sun Tzu, composto nel IV secolo a. C. da un anonimo che si riallacciava alla tradizione del Maestro e da allora studiato da generazioni di strateghi, uomini di stato ed economisti.

Sun Tzu è l'appellativo onorifico di Sun Wu, personaggio dai contorni biografici incerti che rasentano il mito, originario dello stato di Qi e attivo nella Cina meridionale sul finire del VI secolo a.C. Dopo essere stato per oltre due millenni l'indispensabile manuale delle gerarchie militari dell'Estremo Oriente, il Binfa è stato a lungo studiato da Mao Zidong, per poi essere applicato al campo delle strategie economico-aziendali delle multinazionali occidentali prima e dei conglomerati cinesi poi.

Indispensabile per prepararsi ai tempi che verranno.


mercoledì, 29 novembre 2006

PAG 1 Editoriale  *Nova X-Press*  LUNEDI' 22 OTTOBRE 2057



Ermeneutica dei tempi nuovi

Viviamo tempi veloci. Senza una bussola per orientarci nel mondo nuovo che ci sta emergendo attorno, faremo la fine dei dinosauri?

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Tito Chianese

 

Appena un decennio fa parlare di Singolarità all’uomo della strada sarebbe stato come parlare di eutanasia a un affiliato della CEI: lo avreste atterrito e sconvolto o, nei casi con qualche minima speranza di recupero, gli avreste fatto scattare un piccolo interruttore nascosto chissà dove, ma comunque incapace di illuminare la tenebra delle sue cognizioni umane.

Se oggi qualcuno si azzardasse ad accennare al concetto conversando con un passante a caso, magari questi non ne riconoscerebbe all’istante il significato, ma gli basterebbero pochi elementi per far scattare nella sua testa l’associazione con il mondo che ci circonda e con i tempi sempre più veloci in cui viviamo. Tutto quello che ci sta attorno è singolare: le Logiche delle nostre automobili, le domotiche che si prendono cura della nostra casa, i doppioni che rispondono per noi all’holocom quando non vogliamo essere disturbati e i costrutti che nel Moratorium sopravvivono insieme al ricordo dei nostri cari estinti. Sono tutti esempi dei risultati raggiunti nel campo dell’intelligenza artificiale, e anche se resta ancora lontana la soglia critica (direi quasi fatidica) della messa a punto di un intelletto che sappia competere per astuzia con le reti neurali umane, abbiamo ormai raggiunto un tale livello di affidabilità nel campo che già oggi la gestione dei voli sulle rotte aeree è gestita quasi esclusivamente da AI. Chi lo desidera può affidarsi a Logiche per l’educazione e l’istruzione dei figli, oppure può demandare a loro mansioni che fino a una manciata di anni fa erano di nostro dominio esclusivo, come ricerche tematiche e organizzazione dei contenuti.

Lo sconvolgimento che la tecnologia ha portato nelle nostre vite non si arresta a questo.

Senza le AI, i civili non sarebbero tornati nello spazio, non ancora almeno. Senza di loro la facilità di comunicazioni transculturali sarebbe rimasta un miraggio ancora per chissà quanti decenni.

Le Logiche hanno invece infranto la barriera linguistica, un po’ come hanno cancellato i vincoli della gravità. La madrelingua non influisce più sugli scambi culturali via web e dopo i primi avamposti cominciano a organizzarsi le prime colonie civili sulla Luna e su Marte. Le nanotecnologie sono entrate nelle nostre vite grazie alle AI, permettendoci analisi e manipolazioni della materia e del corpo che sarebbero state impossibili da immaginare per i nostri padri. Lo sconvolgimento assume tutte le caratteristiche di un movimento coerente verso il futuro, una linea di penetrazione psichica spietata e insistente proiettata a guidare l’evoluzione del nostro sistema civile, sociale e culturale.

La rivoluzione è in atto. Il mondo sta cambiando, e noi con lui.

Non tutti, però, ce ne rendiamo ancora conto. Certo, sono ancora molte le cose che non vanno. Numerosi sono i retaggi dei vecchi tempi. Basta guardarsi intorno per le strade di questa città, per rendersene conto: vecchie dinamiche clientelari continuano a regolare le relazioni tra i cittadini; uno Stato parallelo si oppone a quello di diritto che dovrebbe teoricamente governare i rapporti tra gli uomini: la legge del più forte serve ancora a risolvere i dissidi e i contrasti, e questo praticamente a tutti i livelli. E se osserviamo con attenzione il loro atteggiamento, perfino le organizzazioni multinazionali e gli istituti governativi non differiscono molto dai singoli individui, se non per il fatto di far sentire su una scala più ampia le conseguenze delle proprie azioni=imposizioni.

Viviamo in un mondo nuovo che scorre a velocità folli, ma con la nostra fiducia in certezze dogmatiche non ci rendiamo conto di quanto siamo obsoleti. Tutti noi siamo ormai superati, e saremo presto assorbiti nel vortice del tempo se non ci decideremo ad apprendere qualche buona lezione. La Storia ce ne ha dispensate molte, e quasi tutte sono state inutili. Nel suo piccolo, ognuno dovrebbe fare quanto in suo potere per evitare l’ennesimo sperpero.

Questa rivista, per quanto limitata, come sempre ha fatto fino ad oggi d’ora in avanti si atterrà a un’unica linea editoriale, che però vogliamo ora esplicitare: il nostro obiettivo sarà dipingere un affresco di questi tempi che abbia, oltre al valore contingente della pura attualità, una più alta utilità, che a partire dall’esame della realtà che ci circonda sappia insomma delineare un’ermeneutica dei tempi nuovi.

Siete avvertiti.



Questo articolo è stato offerto da UBIK!

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[Innocuo se assunto nelle dosi consigliate.]

 


domenica, 26 novembre 2006

 

PAG 3 Cronaca di Napoli  *Nova X-Press*  VENERDI' 19 OTTOBRE 2057



Scrutare nel buio

Botta e risposta con il direttore della Pi-Quadro:

il vicequestore Salvatore Di Cesare

_____

Larry Underground

Dieci omicidi al giorno, 697 vittime della camorra nell’ultimo anno, una rapina ogni sette minuti, uno stupro ogni ventidue, cinque esponenti delle forze dell’ordine assassinati nello svolgimento delle loro funzioni nell’ultimo mese. E poi ci sono le aggressioni, gli scippi, i furti. Una costellazione di episodi criminali traccia la mappa urbana di Napoli, che ormai sembra essere tornata ai giorni di piombo della Guerra del Vesuvio. Trentanove clan principali si spartiscono il territorio cittadino, continuando a mescolarsi in società dalla vita effimera, intrecciando veloci intese d’affari e sciogliendole ancor più velocemente, con l’aiuto dei proiettili. La Sacra Alleanza di Giovanni Tempio, che riunisce le famiglie camorristiche più influenti, mostra da qualche tempo i segni di un inevitabile indebolimento. Il declino dell’organizzazione si accompagna a quello del suo fondatore, figura tanto potente quanto giuridicamente inattaccabile da sconfinare nella leggenda, e non a caso insignita del titolo di Supremo. Il vecchio leader appare sempre più isolato e mentre la SA decade, cede terreno vitale ai gruppi emergenti della microcriminalità di strada: bande violente di giovani immigrati prendono il posto dei guappi di quartiere, spacciatori sudamericani tolgono l’aria ai signori della droga locali e i pochisti dell’Hinterland si autoproclamano ras di zona.

In questo scenario di continuo fermento è indiscutibile l’importanza del lavoro svolto da tutte le forze di polizia, e in modo particolare dalle sezioni più avanzate e meglio attrezzate, che compongono l’avanguardia nella lotta al crimine. Tra queste spicca senz’altro la Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica, conosciuta più familiarmente come Pigrecoquadro o semplicemente Pi-Quadro. Istituita nel ’49 in seno alla World Police Organization, la sua storia s’intreccia in maniera indissolubile con quella del suo fondatore e direttore, il dottor Salvatore Di Cesare, all’epoca giovane e brillante vicequestore di Napoli al culmine di una carriera folgorante.

Gli effetti dell’opera della Pi-Quadro sono sotto gli occhi di tutti, le statistiche parlano chiaro: dopo la sua istituzione il numero dei delitti è andato calando progressivamente, anche se siamo ancora lontani dalla “completa pacificazione” della città, come afferma lo stesso Di Cesare. Noi lo abbiamo incontrato nel suo studio, per una conversazione sulla sicurezza, sullo stato di salute di Napoli e della Pi-Quadro.

Dottor Di Cesare, a che punto siamo nella lotta al crimine?

Gli indici di sicurezza (sia reale che percepita) sono in costante crescita, e questo è un dato rassicurante. Dall’istituzione della Pi-Quadro, per esempio, abbiamo compiuto un balzo avanti significativo nella riduzione delle morti violente legate alla camorra. Il nostro lavoro, inizialmente guardato con sospetto da larghe fette dell’opinione pubblica, ha dato i suoi frutti e i nostri uomini vengono ora guardati con rispetto e, mi permetta di dirlo, stanno diventando un punto d’orgoglio per la nostra cittadinanza.

In effetti il termine “necromante” sembra aver perso quella connotazione negativa che aveva in origine…

Appunto. Non siamo forse ai livelli di gradimento nazionale dell’Arma dei Carabinieri, ma ci stiamo avvicinando (sorride con il suo caratteristico sorriso obliquo, N.d.R.). E non dimentichiamoci che a Napoli ai tempi della Guerra del Vesuvio, solo dieci anni fa quindi, gli abitanti dell’Hinterland collegati alla camorra non esitavano a contrastare le operazioni della polizia con sollevamenti popolari che non esiterei a definire sovversivi… Le cose, fortunatamente, stanno cambiando.

Merito dei vostri risultati, anche se ultimamente la Pi-Quadro ha mostrato qualche segno di cedimento…

È vero, negli ultimi tempi la Pi-Quadro non ha attraversato un momento felicissimo, ma permettetemi di dire che un’inflessione era fisiologica. Grazie alla riorganizzazione della struttura stiamo però tornando agli storici livelli di efficienza e funzionalità. D’altronde sarebbe ormai impossibile pensare a una polizia senza di noi, in questa città…

Appunto. La criminalità organizzata si affida a mezzi sempre più sofisticati e può contare sulla protezione storica di certi ambienti politici. È possibile ipotizzare una Napoli finalmente ripulita dal fenomeno della camorra?

La mafia è un fenomeno complesso, un prodotto intrinseco di determinate situazioni ambientali. A Napoli la camorra è una logica conseguenza della convergenza storica di certi fattori. Dopo la sua ricomparsa nel Secondo Dopoguerra, possiamo dire che è andata affondando sempre più le sue radici in un sottobosco urbano già predisposto ad accoglierla. Attraverso le sue vicissitudini interne, dopo aver cambiato volti e nomi un numero incalcolabile di volte, ormai è diventata autentica espressione politica di un intero segmento sociale, che non si riconosce in altre istituzioni al di fuori dell’organizzazione. La zona d’ombra in cui la Sacra Alleanza si sovrappone alla politica “istituzionale” desta certo inquietudine. Noi facciamo tutto il possibile per contrastare il fenomeno, ma è importante capire che non è con le pistole e i distintivi che si combatte la camorra, né con le nanotecnologie e le scansioni: adesso come un secolo fa servono asili, scuole, ospedali e servizi. Occorre un approccio organico alla lotta al crimine, e questo purtroppo non dipende da noi.

Ma anche la microcriminalità desta perplessità e inquietudine nei nostri concittadini.

C’è una distinzione di mezzi, tra microcriminalità e crimine organizzato, ma una profonda affinità di sostanza. Le bande di strada di oggi saranno le legioni dell’organizzazione di domani. Quando si decideranno a fare il salto di qualità, andranno ad alimentare le schiere dei boss, oppure entreranno in conflitto con i clan storici per il controllo di un certo territorio o di un certo mercato. L’unico rimedio possibile resta, a mio vedere, la prevenzione: solo attraverso un’opportuna opera di salvaguardia (territoriale, sociale, assistenziale), il fenomeno potrebbe essere arginato con esiti significativi.

Si è fatto più volte il suo nome per la carica di Prefetto di Napoli. Cosa ne pensa?

Che sono attaccato alla Pi-Quadro e ai miei uomini. Abbiamo fatto grandi cose in questi anni, ma molte ne restano ancora da fare. Non riterrò conclusa la mia carica finché non avrò portato a termine l'impegno che a suo tempo presi con i nostri cittadini.

 

Questo articolo è stato offerto da UBIK!

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mercoledì, 02 giugno 2004

Nel deserto dell’anima

 

Non so quanto tempo è passato dalla nostra partenza. Ho perso il senso dello spazio e del tempo, nel corso di questi strani giorni. Ormai le date si susseguono senza un ordine preciso né coerente, senza rispettare un riferimento temporale costante. Così come le stazioni. Il capotreno aveva ragione. Dopo Bastiani abbiamo macinato chilometri per un’intera giornata senza incontrare la minima traccia della presenza – o anche solo del passaggio – di uomini. Così come lo spazio – violato, esploso, annientato – pure il tempo sembra essere collassato, strappato e rabberciato alla bell’e meglio. Gli orologi continuano a scorrere, ma quando i loro meccanismi sono gli unici a scandire il ritmo, anche la cadenza dei minuti e delle ore perde di significato.

Lasciata la stazione, ci siamo inoltrati in un paesaggio alieno dominato da una natura selvaggia e ostile. Dopo il lento e morbido digradare delle colline verso la vallata, la ferrovia costeggiava il corso del fiume, sempre più stanco e più lento. La vegetazione era una macchia dominata da piccoli arbusti solo occasionalmente interrotta dal fiorire di boschi tanto rigogliosi quanto circoscritti sulle rive del fiume. Non è trascorso molto perché la manifestazione della natura si riducesse alle desolate distese di sabbia ed erba della steppa.

Per un lungo tratto il sentiero di acciaio ha rasentato il corso del fiume, intrecciandosi con esso, scavalcando in più punti il suo greto, ma verso il primo pomeriggio di quel primo giorno di viaggio i due tragitti hanno finito col dividersi definitivamente. Da allora è cominciata la nostra lenta e stanca processione attraverso questa prateria spenta e spettrale che più di una volta mi è sembrata degenerare nel più triste e disabitato dei deserti.

Ho trascorso larga parte di questi giorni sprofondato nella lettura e nella riflessione. Meditare sulle parole di qualcun altro è un valido espediente per non pensare ai propri tormenti, quando quelle parole non ti richiamano alla mente analogie con la tua vita. Poco prima di partire da Bastiani avevo scoperto come la stazione fosse anche provvista di una piccola libreria. A dire il vero, questa è una parola un po’ grande per un angolo dimesso e nascosto della già piccola e – data la disponibilità di riviste – quasi insignificante edicola. Però un intero scaffale era dedicato alla letteratura, e se si escludono i classici resoconti di viaggio, che in una stazione che si rispetti non dovrebbero mai mancare, l’unica altra deriva del pensiero rappresentata era il campo delle visioni. L’unico rappresentante di questo settore si dà il caso che fosse William Blake, con le sue deliranti Visioni in bilico tra la metafisica e la precognizione. Allora non seppi resistere all’impulso e d’istinto afferrai una copia del volume e passai alla cassa. Nel viaggio, stremato dal paesaggio sempre più monotono e avvilente, mi sono immerso nei versi, proiettandomi verso il mondo remoto e mitologico di Blake. Non deve quindi destare sorpresa se le mie vaneggianti escursioni oniriche lungo la linea del tramonto che separa la veglia dal sogno sostituirono le mie ossessioni con le semidivinità che affollavano le sue visioni: angeli ribelli, bellezze diafane e intangibili e forze oscure e misteriose presero a popolare anche i miei sogni, sostituendosi all’eco degli spettri danzanti. Fu così che nel corso di queste notti traballanti e confuse, più volte ho assistito al temerario tentativo dell’Orco di assaltare le vergini e candide carni della figlia di Albione, e dietro di lui eserciti immensi avanzare nella terra grigia e muovere battaglia ai bastioni corrotti della presunta civiltà.

Sempre nel sonno, ho vissuto un incontro a dir poco singolare. C’era un uomo in divisa, che entrava nel mio scompartimento, ma non era né il capotreno né un ufficiale di polizia ferroviaria salito sul treno per un controllo. Si sarebbe detto piuttosto un reduce, viste la tenuta consunta e vissuta e l’espressione del suo volto sospesa tra la stanchezza per le pene vissute e il sollievo per l’imminente ritorno a casa. La sua divisa un tempo doveva essere stata di una tinta color sabbia molto chiara, così come il suo sguardo doveva aver recato un carico di romanticismo e idealismo non indifferenti. Di tutto questo, ormai, sopravviveva solo una vaga traccia sotto le macchie lasciate dal tempo e dagli eventi. Il soldato, senza fare rumore, entrava nella cabina e mi si sedeva di fronte. I suoi occhi si perdevano quasi subito sullo scivolare della steppa lungo la ferrovia, chilometri e chilometri di vuoto nulla e di silenzio surreale.

– Conosce per caso la prossima fermata – mi chiedeva con voce remota, come se le sue parole emergessero dall’abisso del tempo, o della Storia.

Dopo una iniziale esitazione, rispondevo che no, la prossima fermata mi era ignota. Ma lui dove era salito? Quando? E soprattutto dove era diretto?

– Torno a casa – mi rispondeva leggendomi nel pensiero, la qual cosa, visti soprattutto i recenti sviluppi dell’altra mia vita, quella nel mondo reale, della realtà circadanea, non mi sorprendeva affatto.

Per la verità, la maggior parte delle informazioni che potevo chiedere sul suo conto, sulla sua storia, mi vennero direttamente da quel suo sguardo, che non somigliava nemmeno lontanamente a quello di un uomo: su quegli occhi così fermi malgrado la trepidazione per l’agognato ritorno, gravava infatti un peso che difficilmente avrebbe potuto accumularsi nell’arco di una sola esistenza. Era come se in lui risplendesse il fuoco di mille vite, e ciascuna portasse con la propria fiamma un intero bagaglio di esperienze, tormenti e desideri. In quel turbine infinito, tanto potente da risultare praticamente immune ai capricci delle passioni, mi parve quasi di dissolvermi.

Al risveglio, ancora una volta mi ritrovai con un retrogusto amaro ad avvolgermi la bocca. Per un intero minuto, non serbai coscienza della mia vita. Fu come se tutte le mie ansie e i miei tormenti fossero stati dissipati dalla consapevolezza di qualcosa di più grande, di inappellabile.

L’aurora stava emergendo nel chiarore antelucano che aveva spento le luci adamantine della notte. In quella pallida luminescenza, coltre lattiginosa spiegata sulle sconfinate distese erbose della steppa, la mia vita mi si mostrò per quello che era: immenso deserto, arido e sterile, angolo di quell’oceano di sabbia di ordine superiore che è il deserto del reale. E allora i miei spettri personali, i miei più privati desideri insieme alle più recondite tra le mie desolazioni, divennero nient’altro che inespressivi simulacri di pietra, abbandonati al gelido sospiro del vento della steppa.


martedì, 25 maggio 2004

Le stanze del tempo

 

Questa che potrebbe essere stata l’ultima giornata a Bastiani è trascorsa piuttosto lentamente, ma senza disilludere le mie aspettative di sorpresa. Devo infatti tornare sulle mie considerazioni di ieri, quando mi dichiaravo incredulo constatando l’assenza di bambini nei dintorni del treno. Stamani, in effetti, ho avuto modo di ricredermi. Accanto alla stazione, dovete sapere, scorre un fiume che è poco più di un torrente. Immagino si tratti di una fiumara, uno di quei corsi d’acqua che s’ingrossano a dismisura nella stagione invernale per poi ridursi ad un misero rigagnolo nel periodo più caldo dell’anno. La gente del luogo è comunque solita riferirsi ad esso come al fiume, quindi è così che lo chiamerò.

Stavo passeggiando sulle sue rive, sarà stato un’ora prima che il sole raggiungesse il culmine della sua rotta in cielo. La vegetazione, in quel punto piuttosto fitta, si componeva di faggi e nel sottobosco proliferavano arbusti di timo e di salvia. L’odore che si diffondeva tutto intorno era una nota di musica che si fondeva con la frescura stessa proiettata dai rami più alti. L’ombra ondeggiava placidamente, e un senso di pace presiedeva alla magia di quel luogo.

Camminavo lentamente, sospeso tra i miei pensieri – ventosa geografia psichica segnata dal dubbio e dal tormento – e la quiete innata ispirata dall’ambiente. La dicotomia del mio animo era un riflesso dell’influsso magico e spettrale di quella terra, talmente remota ed estranea da tornarmi quasi aliena, eppure così potente da esercitare un influsso irresistibile sulla mia stessa anima. Il rumore dei miei passi sull’erba si fondeva alla dolce musica delle acque, lo sciabordio che il fiumiciattolo nel suo perenne divenire metteva in note sulle pietre. Quanto avrei voluto perdermi in quella vegetazione, smarrirmi senza la minima pretesa di ritrovarmi! Quanto bello sarebbe stato se per un incantesimo panico il mio corpo si fosse mutato in cenere all’istante e avesse fecondato l’umile e sublime terra che costeggiava quel fiume…

I miei pensieri, in effetti, cavalcavano questa linea quando un elemento chiaramente avulso allo scenario si introdusse nella mia percezione. Una voce intonava canti di una bellezza indescrivibile, e la cosa più straordinaria era che le canzoni riuscivano a fondersi in una sintesi mirabile con la musica del bosco, sposandosi a meraviglia con le note suonate dal fiume sul greto roccioso e dal vento attraverso le chiome frondose. La voce, candida e pura, si sarebbe detta quella di una ninfa agreste, sovrannaturale creatura spintasi sulle rive del fiume magari in visita delle sue cugine acquatiche. In uno stato d’animo prigioniero della sorpresa e dell’incanto, avanzai tra i cespugli sforzandomi di non interferire attraverso la mia presenza con l’armonia che mi aveva catturato. Infine intravidi il riverbero del sole sul placido specchio d’acqua, un disegno impressionistico ammiccante tra le odorose foglie di menta ed eliotropio. Un ultimo passo mi rivelò la fonte dei canti: una ninfetta – si sarebbe detta una bambina – stava seduta su un tronco che si protendeva ad arco sul fiume. I piedini nudi oscillavano sulle acque, mezzo metro più in basso, mentre le mani stringevano una collana di fiori: le dita andavano intrecciando sapientemente i gambi di non-ti-scordar-di-me, viole e bocca di leone, in una composizione cromatica che non poteva non riflettere la profonda sensibilità della sua giovane anima.

La bambina continuava a cantare, mentre con discrezione mi avvicinavo al suo fianco. Le ciocche castane che le ricadevano sulle spalle mi richiamarono alla mente un particolare intravisto di sfuggita, e fu allora che ricordai il fugace incontro sul treno. D’un tratto la ragazzina ha interrotto i suoi canti e mi ha degnato di uno sguardo remoto e struggente. Non saprei descrivervi compiutamente il flusso di emozioni che ha attraversato il mio spirito nel vedere la dolcezza di quegli zigomi, la purezza dello sguardo e la smorfiosa simpatia del suo nasino. Però, se mai un giorno le ricerche sull’esistenza di una memoria genetica codificata nelle nostre cellule – linee non-operative che solo determinati eventi (l’ascolto di una musica antica, la visione di un dettaglio insospettato) riuscirebbero a ridestare dal loro letargo secolare – dovessero rivelare la loro fondatezza, la cosa non riuscirebbe a stupirmi. Forse era solo una mia astrazione, probabilmente non si trattava che di un déjà-vu amplificato dalla mia particolarissima disposizione d’animo, ma avrei giurato che negli occhi della bambina, pur così giovani e ingenui, rifulgeva una luce che sembrava emergere da epoche intere di silenzio e di ombra. In essi mi smarrii, per riscoprirmi viandante perso nella vastità del mio errare mentale.

– Ti guardavo dormire. – mi ha accolto la sua voce gentile. Non era sorpresa di vedermi e il suo tono non tradiva la circostanza. – Mi chiamo Alice.

– Ero buffo?

– Volevo vedere i tuoi sogni.

– I miei... – Le parole mi si sono spente in gola. Ero incredulo. – E come erano?

– Strani.

– Brutti?

– Personali.

Ero senza parole. Probabilmente, in una situazione simile ma in un luogo diverso, la sensazione che avrebbe preso il sopravvento sulla mia anima sarebbe stata l’angoscia, se non addirittura la disperazione. Non potevo più dirmi incredulo, ormai. Quella specie di confessione suonava come una conferma alle mie originarie impressioni. Mi sono sforzato di cambiare argomento. Non avrei potuto sostenere il peso di altre rivelazioni di quel tono.

– Hai trovato dei fiori stupendi per la tua collana, Alice.

– Sono stata tutta la mattina a cercarli – mi ha risposto lei. – Ho dovuto svegliarmi presto per trovarne così tanti, e di così belli… Ti piace qui?

– Molto.

– È così tranquillo, così sereno. Si respira il tempo perduto. Approfitta di questi momenti, domani potresti rimpiangerli…

Inutile raccontarvi il mio stupore nell’udire quelle parole sulla bocca della bambina. Ve l’ho già detto: poteva avere undici anni, dodici al massimo, ma la luce di una consapevolezza superiore ardeva dentro di lei.

– Per chi sono quelle? – ho chiesto a quel punto, sforzandomi di riportare la conversazione su binari che potessero garantirmi un certo riparo dall’atmosfera sovrannaturale che aveva cominciato ad avvolgermi.

– Queste? – mi ha chiesto lei accennano al cesto di collane variopinte. – Sono per il fiume. Sarebbe un peccato lasciarli appassire, non credi?

– Credo proprio di sì – e mentre pronunciavo la mia replica il mio sguardo seguiva i morbidi gesti delle sue mani, che premurosamente abbandonavano una per una le sue corone di fiori alla placida corrente del fiume. Alice era tornata a cantare.

 

Nel pomeriggio non mi sono unito agli altri per il pranzo. Come già devo avervi accennato ieri, ormai da qualche giorno inseguivo l’idea di andare a vedere la fortezza di cui avevo sentito parlare, che sembra sia all’origine del nome stesso del villaggio. Così ho acquistato un panino e una bottiglia d’acqua dal bar della stazione e, sarà stato verso le due, mi sono messo in cammino sulla strada indicatami dal capostazione.

Questi è un uomo molto vecchio, con la loquacità che raggiunta una certa età sembra cogliere le persone introverse, quasi sentissero improvvisamente il bisogno di affidare a qualcuno i segreti riposti nel loro animo. Nei giorni scorsi mi sono limitato a scambiare con lui qualche battuta sul tempo e sul suo impiego per la Compagnia, che di certo gli lascerà molto tempo libero vista l’inconsistenza del traffico ferroviario su questa linea. Ma devo ammettere che mi sarebbe piaciuto approfondire la sua conoscenza. C’è qualcosa, in lui, che mi ricorda mio nonno: la malinconia nello sguardo distante, perennemente a fuoco su un tempo diverso, oppure la discrezione e l’inutile meticolosità con cui affronta ogni incarico, anche il più insignificante. È una persona che mi è piaciuta da subito. Quando ha saputo che volevo far visita alle rovine della fortezza, ha dimostrato una innata disponibilità profondendosi in indicazioni dettagliate e precise sulla strada più breve sul tragitto più comodo. Questo non ha fatto che incrementare la mia simpatia nei suoi confronti.

La fortezza sorge su un rilievo che domina la valle. Dalla stazione non è visibile perché altri poggi ne occultano la vista, ma basta uscire dal villaggio per scorgere la sua sagoma imponente e inconfondibile. Le sue mura di pietra, i torrioni a pianta circolare, le finestre vuote sembrano recare nella loro antichità i segni stessi di quella storia che di qui non è mai passata. Il tempo si è stratificato sulla sua mole monolitica in una patina spessa e tangibile, un velo di situazioni marginali che basterebbero a ricostruire la vita di intere generazioni di sventurati ulani costretti a consumare i loro anni migliori nell’attesa di un nemico invisibile.

Lo stato di conservazione dell’edificio è piuttosto buono. L’architettura semplice e priva di fronzoli, come si addice a una costruzione di natura militare. Quello che colpisce è semmai l’aspetto spettrale del luogo, reso ancor più sinistro dalla voce del vento di tramontana che si insinua tra le pietre. I torrioni sono davvero imponenti. Combinato alle dimensioni titaniche della struttura, il buio delle feritoie mi ha ispirato un senso di desolazione simile a quello già vissuto attraversando le squallide pianure incolte che ci hanno condotto fin quaggiù.

Mi sono aggirato per il rudere, trascorrendo il primo pomeriggio alla caccia di qualcosa di straordinario e improbabile che giustificasse la scarpinata, ma dell’antico arredamento non sembra essere sopravvissuto nulla, e gli incartamenti saranno stati inceneriti dalle stagioni. I corvi disegnavano geometrie evanescenti nell’azzurro del cielo. Col loro gracchiare volevano indurmi a desistere dalla mia insensata ricerca: ormai è a loro che appartiene la fortezza, coi suoi misteri, le leggende fiorite nel tempo e i tesori eventualmente nascosti nelle viscere. Me ne sono convinto dall’alto della torre di nord-est, mentre lo sguardo spaziava sulla valle sabbiosa tagliata dal fiume, fino alle aride vette del settentrione. È stato allora che ho pensato che fosse inutile scavare: i corvi sono gli unici depositari dell’antichità, della storia di questi luoghi. E le stanze vuote, percorse da giochi di luce che qui sembrano trovare le giuste disposizioni geometriche, i sentieri opportuni e le riflessioni più favorevoli per creare un’atmosfera di stupore, sembravano darmi ragione.

Verso le cinque mi sono rimesso in marcia per la stazione. Ho deciso di prendere la strada più lunga, non avevo fretta. Il mio animo era sospeso ancora una volta, avvinto in un senso di disillusione e profonda consapevolezza. Sono riuscito a liberarmi in parte dai fantasmi che mi hanno inseguito per tutto questo tempo, ma non riesco a gioirne. Sento la desolazione farsi strada dentro di me.

Un haiku adeguato a questo particolare frangente esistenziale potrebbe essere il seguente.

 

Voci incoerenti

ristagnano nell’eco

di sogni spenti.

 

Credo che riesca a rendere piuttosto bene il senso di inutilità del tutto, che è alla base del sentimento che mi pervade.

Il capotreno mi ha detto che domani mattina, salvo imprevisti, riprenderemo il nostro viaggio. Mentre tornavo in camera, per buttare giù queste righe, pensavo ancora alle parole di Alice.

 


lunedì, 24 maggio 2004

L’algebra del bisogno

 

Ancora a Bastiani. Nel corso della nostra permanenza qui, ho avuto modo di rendermi conto che i passeggeri del treno sono in realtà molto meno di quanto fossi convinto. La pensione della stazione avrà al più una decina di stanze, e io ho aspettato a lungo, indeciso se sfruttare il posto letto in attesa che altri passeggeri si facessero avanti. Con mio grande stupore il capotreno mi ha assicurato che potevo prendere una stanza tutta per me. Immagino che qualcuno sia rimasto sul treno. Ma per tutta la giornata di ieri, malgrado il clima fosse mite se non proprio piacevole, non ho visto – come invece mi sarei aspettato – l’ombra di un solo bambino rincorrere uno svago invisibile lungo questi binari silenziosi.

Stamani presto ho incontrato il capotreno, giù al bar della stazione. Mi ha riferito che le condizioni atmosferiche erano ancora avverse, sulla linea che a nord-est. In effetti, per quanto il cielo sopra questa amena località sperduta alle estreme propaggini della terra degli uomini sia perennemente sospeso nella stasi di un azzurro spento, quasi morto, sulle vette rocciose e desolate che incoronano il nord falangi nere di nubi minacciose sono schierate in formazione di battaglia.

Non oso immaginare cosa potrebbe accaderci se una tempesta di ghiaccio ci cogliesse nel cuore del nulla. Lungo il sentiero di acciaio che ci accingiamo a percorrere – mi ha detto il capotreno – ci saranno tratti lunghi anche centinaia di chilometri senza ombra di stazioni né villaggi. Il solo organizzare una spedizione di soccorso per venirci a tirare fuori dai guai costerebbe diversi giorni. No, non è affatto una buona decisione rischiare. Quindi ci tratteniamo qui a Bastiani finché il momento adatto non sarà arrivato.

Quando capiremo che sarà il momento giusto?, ho chiesto all’ufficiale della Compagnia davanti a una tazza di caffè nero e fumante. Lo capiremo, mi ha risposto quello con fare sibillino. Da queste parti hanno imparato a leggere il tempo come se fosse un libro: conoscono i capricci delle stagioni e i segreti del cielo meglio di quanto non sappiano le pagine stesse della Bibbia…

Comunque sia, ho trascorso la maggior parte del soggiorno in questo sperduto avamposto della civiltà girovagando nei paraggi della stazione. Non c’è granché da vedere, qui intorno. Il paese non è che uno sparuto villaggio di contadini: la stazione rappresenta praticamente l’unica attività estranee al settore, nonché la principale fonte di collocamento per gli abitanti del luogo. Bastiani, dopotutto, non è che una manciata di case sparse attorno alla piazza. Oggi ho saputo dal barista che un tempo, quando ancora le logiche nazionali avevano una qualche importanza negli equilibri di potere del continente, grande era la sua importanza strategica. Qui sorgeva una fortezza dell’esercito austro-ungarico, più volte passata di mano prima di essere definitivamente abbandonata. A quanto pare la Storia ha giocato un brutto tiro a queste colline: più volte la sua marcia inesorabile ha sfiorato la regione, al punto da diffondere per i boschi e i campi deserti l’eco metallica dei clangori della battaglia, la cadenza dei passi di cavalli in marcia, i canti malinconici e incomprensibili dei reduci che tornavano dal fronte. Ma mai, non una sola volta, la Storia si è degnata di passare davvero di qui. Così alla fine le gerarchie militari devono aver compreso l’inutilità della sua funzione, e la caserma è stata dismessa. In qualche modo, mi sembra che la sua stessa esistenza rientri nei piani oscuri di un disegno sovrannaturale, insieme alle deliranti visioni che segnarono la notte prima del nostro arrivo. Se la sosta si protrarrà anche a domani, magari farò un salto al bastione.

 

Le notti, qui a Bastiani, sembrano scorrere ancora più lente dei giorni. L’atmosfera spettrale di questa notte mi ha richiamato alla mente una vecchia poesia, Notte al New Rose Hotel. Risale a un’altra epoca, ma è innegabile l’affinità dello stato d’animo che la rese possibile con la mia condizione esistenziale attuale, sospesa nell’occhio di un ciclone sorretto da forze che sfuggono alle mie capacità di discernimento.

 

E’ buio, fuori, e freddo. Sono solo,

crucciato dal respiro della notte,

rimesso ai capricci del destino.

Il vento del sud ha portato fin qui

refoli del tuo profumo. Il volto

è una nitida istantanea d’argento

che emerge dagli abissi del passato:

fissando il cielo nei tuoi occhi

riscopro un desiderio mai svanito.

Ti ho persa prima ancora di trovarti,

chiedo solo di sentire il tocco

delle tue dita sulla mia mano

sfregiata ed incerta. Un’ultima volta.

 

Non saprei esprimermi sul suo valore, forse è anche meno che mediocre. Ma ogni volta che le sue parole emergono dai banchi stagnanti della memoria, sento di entrare in comunione con una realtà parallela, troppo simile alla nostra per essere vera, abbastanza diversa da risultare impossibile.

Immagino che a questo punto vi sarete fatti una certa idea di me. Immagino anche una curiosità molto discreta e composta nei vostri animi, una spinta che vi porta a chiedervi – e, indirettamente, con quel misto di riguardo e malizia che sempre si accompagna allo spirito del lettore critico – come fosse il mondo dal quale così impulsivamente, d’un tratto ho deciso di prendere le distanze.

Be’, mia cara lettrice e avveduto lettore, la risposta alla tua domanda è una sola: il mondo da cui fuggo è il tuo. A un certo punto della mia esistenza ho sentito il bisogno di prendere le distanze da quel mondo immaginario in cui ero nato e cresciuto, vivendo senza che i miei occhi vedessero altro. Un mondo irreale, fatto di pretese, assurdità, arroganza e inconsistenza. Un mondo che ormai è troppo tardi da cambiare, ma che continuando a praticare sarebbe inevitabilmente riuscito a terminare la sua opera di corruzione del mio spirito. Sono troppo radicale? Mi giudichi troppo crudo e immotivato? Ebbene, non sarò certo io a cercare di cambiare il tuo punto di vista. Per troppo tempo mi sono intestardito a mettere in atto giochetti simili, e troppe volte la delusione del risultato finale mi ha posto davanti alla triste realtà dei fatti. Però, con un po’ di giudizio, sforzandoti di astrarti dal contesto ristretto e magari rassicurante del tuo piccolo regno, quel covo scavato nel fianco di un alveare residenziale oppure premurosamente costruito lontano dalle direttrici del traffico umano, in una illusione di quiete rurale capace di cancellare per pochi minuti al giorno – gli stessi in cui il tuo modem è disconnesso e la TV è spenta – il magistrale caos del mondo… Allora, sforzati per un solo istante di abbattere le pareti del tuo rifugio domestico e non fare altro, guardati intorno per le strade e nell’etere. Cogli i messaggi che vagano sull’onda corta della radiodiffusione e quelli un po’ meno facili da captare dei pensieri della gente… Io quel ronzio confuso l’ho sentito, e qualche volta mi è capitato anche di leggere il significato del rumore. Il silenzio che riverbera nei brandelli di conversazione che puoi incrociare su un treno, in metropolitana o per strada è un riflesso di quello – molto più triste e angosciante – che echeggia nel buio della mente.

Se anche tu, come me, hai avvertito quel silenzio almeno una volta, avrai avuto un assaggio della realtà vera, la stessa che potrai leggere attraverso gli schemi geometrici dell’algebra del bisogno. Se l’hai fatto, confido che continuerai a seguire il mio viaggio.

Altrimenti quello percorso è stato l’ultimo tratto in mia compagnia.